sabato 10 agosto 2019

Altre letture estive


B. Schlink, Il lettore –Neri Pozza

Storia toccante. Alcune pagine sfiorano la poesia, tanto che ci si sente limitati nel dover leggere il romanzo in traduzione e nasce il desiderio di conoscere il tedesco. Nasce come una storia di amore proibito e inenarrabile tra il quindicenne Michael Berg e la più che trentenne Hanna Schmitz: una passione travolgente che è anche un’educazione sentimentale per entrambi. Michael fa i conti con la sua adolescenza, Hanna con le sue paure e un suo terribile segreto. I momenti più struggenti sono quelli in cui, dopo l’amore, Michael legge per Hanna. L’idillio si incrina però. Hanna sparisce. Michael continua i suoi studi: per un seminario della facoltà di legge dovrà seguire un processo a cinque ufficiali donne delle SS responsabili di una strage avvenuta subito dopo la fuga da Auschwitz, in una chiesa. Il finale è una strozzatura: l’imperdonabile Hanna è la prosopopea della disperazione, eppure Michael, in qualche modo, continuerà a leggere per lei sempre. Hanna, infine, imparerà a…
Da leggere e meditare. Lascia “Il lettore” innamorato e stordito.
C’è un errore che lascia l’amaro in bocca: a pagina 79 è tradotto “Da quanDo tempo abitava nell’appartamento”. Dio salvi la grammatica. 



R. Bespaloff, Sull’Iliade – Adelphi
Lettura piacevolissima, che si apre con dolorose pagine di raffronto tra Achille, “l’eroe della vendetta”, secondo la Bespaloff, ed Ettore, “l’eroe della resistenza”. “I destini di Achille e di Ettore sono accomunati nella lotta, nella morte e nell’immortalità”, sostiene la Bespaloff, per la quale “teatro dell’ineluttabile è simultaneamente il cuore dell’uomo e il Cosmo”.
Delicatissime le pagine su Teti e Achille, entrambi, in diverso modo, figli del mare. Achille allora è “come una pianta sul declivio di un vigneto”, che Teti non ha potuto rendere immortale. E allora egli è l’eroe più umano di tutti, perché, nel momento in cui Achille viene al mondo, la morte è dentro di lui, è la sua più terribile e più fedele compagna di viaggio e con lui, “umano, troppo umano”, non lo dimentichiamo mai, neanche per un attimo. Ha un solo folle amore, Achille, sia pur tra tanti amori: è Patroclo, colui che moltiplica all’infinito l’amore quanto la morte.
Le pagine della Bespaloff fanno di Achille soprattutto l’eroe dell’impeto: “Achille è il gioco della guerra, la gioia di saccheggiare città troppo ricche, la voluttà dell’ira […], il clamore dei trionfi inutili, delle imprese folli. Senza Achille, l’umanità vivrebbe in pace”. Non sono d’accordo. Achille è l’eroe umano, preda dell’ira, preda dell’amore, trionfo della morte. Ad Achille io perdono tutto, chè Achille ha pianto poesia e mi ha insegnato a vincere la disperazione con il canto.
Dinanzi all’immagine di Achille che si consola suonando la cetra gli si perdona tutta l’ira, perché Agamennone il capriccioso ha mandato a morire gli Achei e tra loro l’irresistibile Patroclo.
Quindi la riflessione su Elena, sugli dei, su Troia, sulla guerra: “La guerra è inseparabile dalla giovinezza dei corpi che seduce per poi annientare”.
“Il pasto di Priamo e Achille” è un capitolo strepitoso: Achille è l’Uccisore “carico di infanzia e di morte”, ma non dimentica mai, neanche per un attimo, Patroclo e, quando restituisce il corpo di Ettore e prende il riscatto, che Priamo gli offre, promette a Patroclo la sua parte, scusandosi per l’ira placata.
L’ultima parte è dedicato al rapporto tra la Bibbia e l’Iliade, accomunate da “un certo modo di dire la verità, di proclamare la giustizia, di cercare Dio, di onorare l’uomo”. Lettura meritevole di attenzione e partecipazione. Scrittura magnifica.


M. Atwood, Il canto di Penelope – Ponte alle Grazie
Scorrevole e semplice. Prosa limpida e inappuntabile. Penelope resta Penelope, ma dei suoi sentimenti, a volte, ci si dimentica: Il canto di Penelope è un memento di ciò che lei ha sentito e vissuto, patito e tessuto, mai all’ombra dell’eroe, ma con lui e soprattutto senza di lui, autonomamente.
Penelope è figlia di Icario, re di Sparta, fratello di Tindaro, che era-neanche a dirlo- il marito di Leda, dal cui grembo nacquero i Dioscuri, Clitemnestra ed Elena.
Penelope ed Elena, le cugine spartane, colei che aspetta e colei che fugge. Penelope, che tutti, da bambina, chiamavano “Anatroccola”, ed Elena, la luce della bellezza divina, in realtà, non tindaride, ma figlia di Zeus, che, in forma di cigno, aveva fecondato Leda.
Amore e delusione si impastano nella natura del rapporto di Penelope col figlio Telemaco; amore e attesa in quello con Odisseo.
Inadeguatezza nei confronti della nutrice, la vecchia Euriclea, che aveva allattato ai suoi capezzoli Odisseo; opposizione da parte della suocera Anticlea: perché Penelope arriva ad Itaca bambina e da bambina sempre sarà trattata.
Gli intermezzi corali-il coro è formato dalle ancelle di Penelope- sono gustosissimi, ironici, a volte esilaranti:
Ma al mattino ci svegliamo,
pronte ognuna al suo dovere;
e le gonne solleviamo
per quei cazzi di imbroglioni.
Penelope ora è nell’Ade e può ripercorrere la sua vita senza remore né rimorsi: è umana e, come l’acqua, ovunque penetra.



      A.    Camilleri, Ora dimmi di te. Lettera a Matilda –Bompiani.
Si tratta di una lettera che il bisnonno Andrea scrive a Matilda, che non ha compiuto ancora quattro anni. Andrea scrive “a pochi giorni dal (suo) novantaduesimo compleanno” e spera che Matilda possa leggere questa magnifica storia della sua famiglia, dell’Italia, del sogno europeo “nel pieno della (sua) giovinezza”.
Camilleri ripercorre la sua vita, racconta i suoi sogni, la sua ostinazione, il suo adolescente fervore politico, i suoi insuccessi, ciò che è stato mera fortuna, ciò che è stato conquistato con sacrificio. Ha parole d’amore pieno, forte, maturo, totale per Rosetta e per la scrittura, che era gioco e sfogo, divertissement e dono e poi è diventata più di cento romanzi.
Magnifico l’addio, lento, dolcissimo, al padre.
Non riesco a dire di più: il rischio è di sciuparne la bellezza.
Va letto. E custodito dentro.
Magnifico. Sublime. Semplice. Complesso.
La lezione di un Maestro.
Il testamento di un Padre.
La fierezza di un Comunista.
Per me, che sono solo un’insegnante, sarà, questa lettera, anche uno strumento didattico importantissimo per la visione del Novecento che in essa abita.



R. Vecchioni, La vita che si ama. Storie di felicità – Einaudi.
Il Professore non si smentisce mai. Ogni sua parola è sensualità, come quando l’onda lascia la sua saliva sopra i fogli e poi, dopo diverse stagioni, ne senti il profumo e ne cogli i segni lasciati lì… dal mare.
“La vita che si ama” è un romanzo, è un’autobiografia, è poesia, è una serie di ritratti indimenticabili.
“La vita che si ama” è la conquista del tempo che non esiste, è la canzone del kairòs. E’ l’amore e il suo senso: “una primavera di passi e sorrisi ignara di trascinare i sensi e il cuore”. E’ il rifugio, il ritorno. La partenza. E’ la scuola.
E’ la Casa. La goffaggine. E’ i figli. Gli incontri. E’ la vita di un uomo e delle sue letterature.
E’ il gusto di un infinito interiore. Della storia lontana.
Dei padri che giocano d’azzardo con il cuore e delle madri che non se ne vanno mai.
Vecchioni è un affabulatore impareggiabile. Un grande attore. Un profondo enigmatico sciamano. Un ruffiano. E’ quello che mi fa pensare “Vorrei parlare come lui” e poi mi accorgo che la mia Saffo è la sua stessa bellissima sacerdotessa.
E questo la dice tutta. Proprio tutta.
Consiglio questo libro a chi sa resistere. A chi poeticamente vive…



                                                                                                                              Francesca Aurelio

mercoledì 17 luglio 2019

Leggere è amare

L'idea di questo blog è nata una sera a Milano, in cui un mio amato amico mi istigò a parlare di mitologia, dopo che spendemmo una bellissima passeggiata da casa di Riccardo al ristorante, durante la quale gli raccontai di Medea, Didone e Circe. Piero è sempre convincente. Così... iniziai. Un blog però richiede costanza... e io non sono costante. Richiede ordine... e io non sono ordinata. Perciò, di tanto in tanto, tra una password persa e un'altra ritrovata, le recensioni che, generalmente, scrivo sotto la copertina dei miei libri, la riporto qui... quando mi va, quando sento che qualche consiglio di lettura non guasti, quando spero che qualcuno si innamori di libri che per me sono indimenticabili. Oggi è morto Andrea Camilleri, non è certo una buona occasione per dire che uno degli ultimi suoi libri che ho letto è Conversazione su Tiresia, edito da Sellerio. Un piccolo gioiello scritto e interpretato dall'autore al Teatro Greco di Siracusa lo scorso anno. Una citazione vale come testamento perenne: "E così mi ritrovai cieco, indovino e in grado di vivere un tempo praticamente infinito". Lo vivrà questo tempo infinito Camilleri, perchè ogni suo scritto, ogni sua parola, merita di appartenere all'eternità.


Questo mese di luglio 2019 è per me veramente vacanza, nel senso più antico del termine: riposo, otium, "scholè", come direbbe Socrate e mai come quest'anno sento che la vacanza vacante è meritata. Ovviamente non potevo che affidarmi totalmente e completamente alla lettura: ovunque, tra letto e spiaggia, divano e panchina all'ombra delle fresche frasche e dunque ecco le mie letture di luglio:
Matteo Nucci, L’abisso di Eros-Seduzione (Ponte alle Grazie)
Un saggio, un romanzo, duecentocinquanta pagine di ricca, ricchissima goduria. La penna di Nucci è strabiliante: leggere questo SCRITTORE è come essere avvolti da ambrosia.  L’abisso di Eros è un viaggio attraverso la seduzione, gli aphrodisia, l’eros e l’Eros: da Omero ad Esiodo, a Socrate e Platone; da Pericle, ad Aspasia, ad Alcibiade. Da Saffo ad Anacreonte. Ma soprattutto da Elena a Menelao, a Paride; da Achille e Patroclo, ad Ares e Afrodite; dalla vergogna al canto, dalla natura alla dismisura, dal Vortice a Pan. Dall’amore, alla disperazione, alla bellezza. La BELLEZZA della quale nutrirsi. Sempre. Accedendo al suo regno conturbante, che porta ad altezze sublimi: la Grecità, in ogni sua forma, verbo, luminosità.


Matteo Nucci, Le lacrime degli eroi.
Uno dei libri più belli letti negli ultimi dieci anni. Un inno alla fragilità, che non è debolezza, ma vis creaturale; un ritorno alla radice, un riconoscersi veri, di carne, sangue e lacrime: chè poi le lacrime sono della stessa sostanza della vita. AION: parola d’ordine, password per tutto ciò che di prodigioso abita l’uomo. E l’uomo è albergo e alcova, ricettacolo e altare del dio dentro, della brama, dell’ira, dell’arrendevolezza. Tra tutti spicca lui, Achille, il figlio del mare. E ancora una volta si resta innamorati. Della materia, della trama delle parole, di Nucci stesso, grande sacerdote che profetizza arcane voglie e inenarrabili desideri.


Madeline Miller, Circe.
Circe, la figlia del Sole; Circe, la ribelle; Circe, la strana. Circe, la dea.
Non è bellissima, come le altre dee, una più straordinaria dell’altra. La sorella Pasifae la maltratta, i capelli cisposi di Circe fanno innervosire la dea Bianca, che non le risparmia insulti e risate sarcastiche e pungenti; i modi selvatici di Circe fanno ridere anche il fratello Perse, che invece ama profondamente e segretamente Pasifae. Tra i titani giunge voce che Prometeo è stato punito da Zeus, che si è autoaccusato, che non ha voluto, pur avendo potuto, nascondere di aver consegnato il fuoco agli uomini. Circe è attratta dal titano e si avvicina a lui, ne vede il sangue sacro sparso sul pavimento dorato, ne sente il dolore, lo osserva, curiosa, e non rivela a nessuno, se non al fratello Eeta di aver sentito il bisogno di portargli conforto.
Circe, la selvatica; Circe, la domatrice; Circe, la folle. Circe, la maga. I suoi intrugli, i suoi misteri, le sue trasformazioni, i suoi amori: Glauco, il pescatore, trasformato in un essere immortale; Glauco, l’immortale traditore, che a Circe, ben presto, preferisce Scilla. E Scilla non ama, Scilla ama piacere, ama essere lusingata: Scilla fa perdere la testa a Glauco e Circe impazzisce di gelosia. Con la linfa dei fiori germogliati dal sangue di Crono e che hanno il potere di trasformare chiunque in chi è davvero, Circe trasforma Scilla in un terribile mostro. Questa metamorfosi le costerà l’esilio nell’isola di Eea. La sua compagna fedele è una leonessa, i visitatori li trasforma in porci; si arrampica a piedi nudi sulle alture di Eea, scopre le proprietà delle piante, doma gli animali più feroci. L’esilio è per l’eternità, ma giunge Hermes e Circe deve correre a Creta, dove la sorella Pasifae, sposa del re Minosse, sta per partorire. A Creta vive anche Dedalo, dal quale la dea resta affascinata. Pasifae ha bisogno degli incantesimi di Circe, perché sta dando alla luce un mostro, il Minotauro.
A Creta è anche la giovane Arianna.
Finchè giunge sulle rive dell’isola una nave: è quella di Odisseo.
L’eroe le lascerà in grembo Telegono, “colui che è nato lontano”, ma ripartirà alla volta di Itaca. La gravidanza della dea Circe è una lotta, la nascita del bambino una guerra.
Un finale strepitoso. La Miller di La canzone di Achille non si tradisce in Circe. Romanzo spettacolare. Cinematografico. Piacevolissimo. Viene voglia di essere vento per passare attraverso i capelli scarmigliati di Circe e sentire il profumo di sangue e magia che ella emana, per farsene sedurre, per lasciarsene incantare.



Marco Missiroli, Fedeltà.
Una magnifica sorpresa, un bel romanzo. Letto in un pomeriggio. Una storia di anime che si mettono alla prova. Amori concreti, amori nati, amori abortiti. Tenerezze; fiducia. Resistenza. Uno spaccato di esistenza, in una Milano che si fa poesia. Un uomo a metà, una donna di profonde solitudini, sia pur ballerine. Un ragazzo bellissimo e cupo, una ragazza che strega Carlo di una stregoneria sensuale e tenera insieme. Avevo letto di Missiroli Atti osceni in luogo privato, ma Fedeltà mi ha stupita. Ottima penna. Moderna. Meno male che non ha vinto lo Strega: così questo romanzo si farà da sé, chè si farà.


Valeria Perrella, Almarina.

Un successo forse per molti. Io non ne sono uscita entusiasta. Un romanzo breve. Storia intensa. Scrittura che ho apprezzato in alcune parti, in altre ho trovato luoghi stucchevoli e affatto necessari. E’ come se il romanzo mi si fosse rivelato diviso in due parti: la prima parte più lenta, la seconda interessante, indaga l’anima della Professoressa Maiorano che si specchia in Almarina e, inadeguatezza e timore nonostante, diventano insieme bellissime. La cesura è a pag.60, più o meno. Punteggiatura per me incoerente.


Cristina Dell’Acqua, Una SPA per l’anima.
Raramente mi è capitato di non terminare una lettura. In questo caso, proprio non ci sono riuscita. Scontato, noioso, di maniera. 17 euro spesi malissimo. Assolutamente illeggibile per me. Si presenta fin da subito lentissimo. A pagina 47, dopo il terzo capitolo, il cui titolo è oltremodo attraente “La formula della giovinezza di Sofocle. Emone o la saggezza di un figlio”, ho sentito dentro una specie di strana repulsione e ho mollato. Magari lo riprenderò in un momento in cui soffrirò meno il caldo. Chissà. 



mercoledì 14 novembre 2018

Il regalo di Nicola nel giorno del SUO compleanno.


La musica di Nicola Gelo è un raggio di luce in novembre: penetra dalle persiane chiuse di un io sdrucito e scalda mani fredde. E dimenticanze. E’ un trionfo di pace che viene a rannicchiarsi nel cuore, un tepore inaspettato, una levità di fanciullesca natura. E’ una vaghezza che avvolge, come il velo di una vergine che danza su pozzanghere profonde con le sue scarpine di raso.


E, nella Vallée du silence di Nicola Gelo, le voci delle stagioni, degli astri, dei vivi, dei morti, degli sciamani e degli dei si intersecano in un turbine dorato che innalza e redime, che vince il dolore e fa del fango creaturale materia di un’armonia in cui l’universo tutto si compiace. La musica di Nicola è intimità, è sympatheia, è “secreto” interiore, è liquido amniotico ove la salvezza è possibile. 
La musica di Nicola è esercizio di gentilezza, è quintessenza di generosità. Pioggia che purifica e ingravida deserti aridi. E’ carezza. E’docilità. E’ la ninnananna a Persefone che scopre l’amore. Rasserena il turbamento dell’adolescenza folle sui cui petali sono appena passati polpastrelli sinuosi. 
Le corde dei suoi pianoforti sono percosse dai martelletti della sua dismisura di poeta: è la giostra del divenire che diventa sintesi di un ordine supremo, archetipico. Feroce, dolcissimo. Abissale, come il volto supremo di Ade quando il sole rinnova le ore. E il mare diventa “del colore del vino”. 


Vallée du Silence




domenica 5 agosto 2018

LETTURE DI LUGLIO


G. R. Hocke, Magna Grecia. Escursioni letterarie attraverso il Meridione greco d’Italia.
(fbe edizioni; ed.originale 1960; ed.italiana 2010)


Un romanzo, che è anche un trattatello di storia e un diario di viaggio; la prosa è scorrevole e lirica al tempo stesso: ad ogni periodo, ad ogni capoverso, si sente la Magna Grecia che abbiamo nel sangue ribollire, volteggiare, danzare e gioire dentro, per chiudersi poi in una nostalgia di bellezza, in quel crepuscolo di magnificenza, destinato a divenire sempre di più, ahinoi, una notte cupa.
Il protagonista è Manfred, l’alter ego dell’autore, antinazista della primissima ora, che attraversa Puglia, Lucania e Calabria in un tripudio di stupore e in un carnevale di incontri che restano scolpiti nella memoria, come se il lettore stesso fosse lì ad ascoltare il Conte C., mentre parla di Sybaris, di quella “lussureggiante vegetazione”, in cui “il paesaggio richiamava alla memoria più l’immagine di una foresta che quella di campi coltivati”; o ancora Pietro, che accompagna Manfred a Crotone di “avorio e azzurro”, ove i due mangiano “pane e nespole”.
Il brano più struggente? quello affidato alle parole del Conte C., che prima del commiato, stappa, nella sua villa, che domina dall’alto la Sybaris ritrovata, una “bottiglia di vino polverosa e priva di etichetta” e dice: “Bisogna berlo accompagnandolo con torta di pistacchi e insalata fresca, condita con rosmarino. Questo vino, che vi raccomando di cuore, si chiama Greco di Gerace: il principe di tutti i vini di Calabria […]. Il Greco è un fuoco silente, che mette allegria e stimola lo spirito. Ha la magia di predisporti l’anima alla musica, spingendoti alla danza. E’ come se nella sua essenza fossero diluite le melodie di Orfeo e ne prendessero il colore. Quando la fonte dispensa frescura all’ombra della nostra pergola, esso brilla come se fosse dotato di vita propria”.
L’ultima escursione, prima del ritorno di Manfred in Germania, è a Paestum: “Sul tempio di Poseidone l’oro si fondeva con il rosso vivo dei germogli di melograno in una tonalità solo leggermente più scura del sole quando, in una giornata di pioggia, esso bacia il mare poco prima di accomiatarsi”.
Una lettura bellissima. Traduzione dal tedesco meravigliosa. C'è Pitagora, Cristo, le madonne, le vergini e le giovani sensuali e peccatrici di Calabria.
C’è una pecca: refusi a dire basta, che urtano il sistema nervoso e scatenano l’ira funesta (nella mia copia ho provveduto alla correzione: la lascio in prestito volentieri, qualora qualcuno volesse leggerlo). Il prezzo di copertina è 16 euro e li vale tutti, centesimo per centesimo: lo dico perchè qualcuno proprio stamattina mi ha fatto notare che i libri costano un patrimonio, ma appena si capisce che sono un bisogno primario, be', basta comprare una maglietta in meno, in fondo.

Colm Tóibín, La casa dei nomi
(Einaudi, 2018)



“Ho dimestichezza con l’odore della morte. L’odore nauseabondo e zuccherino che si diffondeva nel vento raggiungendo le stanze di questo palazzo”: è Clitemnestra che parla; la Clitemnestra che nega l’esistenza degli dei e che ha a che fare solo con la ferocia e con i suoi innumerevoli volti: lei li conosce tutti, ad uno ad uno. La casa dei nomi è una rilettura dell’Orestea, con varianti moderne e violente. Tóibín fa di ogni personaggio un monumento di scelleratezza e dolore: Clitemnestra parla in prima persona ed è ferita, la sua sorte è un cane che latra nei silenzi delle notti a palazzo; ha sentito morire Ifigenia sull'ara di Artemide, rinchiusa in una tomba da viva, dove gli achei la hanno murata, con una benda sulla bocca, per non farle pronunciare maledizioni. Oreste è stato rapito: Egisto ha voluto così, con la complicità della madre, che non smette mai di essere madre: ma di figli perduti. Perché Ifigenia è simbolo incontrovertibile dell’obbligo della regalità; Oreste è la vera vittima sacrificale; Elettra è la macchinatrice, il tabernacolo dell’odio.
Ifigenia resterà vergine per sempre; Oreste è la solitudine; Elettra è implacabile. Di Clitemnestra cosa rimane dunque? Un’ombra che ricorda l’amore, ma non i nomi di chi ha amato.
Nella Casa dei nomi, infine, qualcuno sta nascendo; ma non è ancora nato. E resta sospeso tra utero e dolore. Per sempre. Si dice che sia femmina, ma non se ne ha la certezza.
La prosa di Tóibín si conferma ipnotica, serrata. Non ti lascia in pace, mai. E poi ti lascia intravedere un bagliore, che resta domanda.
Assolve, in qualche modo, Clitemnestra. E il lettore, con lui, stavolta non perdona Elettra; proprio non la perdona.

Sylvian Tesson, Un’estate con Omero.
(Rizzoli, 2018)



“Mi sono immerso nell’Iliade e nell’Odissea come nelle acque impetuose di una cascata. Ho respirato per mesi al ritmo dei versi omerici, nelle mie orecchie ne risuonava la musica, battaglie e navi in procinto di levare le ancore affollavano i miei sogni”: come affollano i sogni di chiunque ami il greco antico, puro e sublime, di Omero. Tesson ha vissuto in una piccionaia a Tinos, nell’Egeo e lì ha riletto per noi Omero: un saggio scorrevole ed elegante; a volte di una semplicità disarmante, quasi incredibile.
Si torna fanciulli a leggere questo Tesson: per un paio di questi miei giorni d’estate sono tornata bambina, con mio padre seduto nella piazzola davanti casa a leggere Bufalino e io, vestita di giallo, con la mia Odissea illustrata tra le mani.


Giuseppe Catozzella, E tu splendi.
(Feltrinelli, 2018)



Il Sud, la genuinità; la perdita; l’amaro sentirsi depositari di un’ingiustizia atavica; la rabbia nei confronti di Dio; la fanciullezza; Pasolini, Carlo Levi, un’eco di comune appartenenza e un piccolo eroe, Pietro.
La cattiveria, della sorte e degli uomini; l’istinto di vita; la violenza, l’amicizia, il perdono, l’emigrazione, gli immigrati.
E’ un concentrato di Sud questo romanzo di un giovanissimo Catozzella: una favola, di quelle che non hanno lieto fine, di quelle che però fanno vedere che tutto ciò di cui abbiamo bisogno è di essere umani. Le differenze si annullano e la diversità splende-sì, splende- solo quando l’appartenenza alla comune radice di creature umane ci tiene stretti, come grani di un rosario, nelle mani di una nonna.
I personaggi di Catozzella innamorano: Pietro e Nina, Nononna e Nononno; Zi Salvatò; Josh, Refè.
Da leggere. Per riconoscersi. Per ritrovarsi. Per guardare i nostri calanchi interiori e meravigliarsi.
Due lacrime mi ha rubato questo romanzo, che sono perle:
“Così, io in quinta elementare e Nina in terza, ci siamo ritrovati orfani, che vuol dire che tua mamma invece di abitare fuori inizia ad abitarti dentro”; “La paura è una bugia”.
Per lettori grandi e piccoli.

***

Auguro a me stessa di innamorare tutti i miei alunni della lettura: quest’anno che viene, magari, porteremo con noi uno scampolo d’estate, leggendo tutti assieme di Pietro, Nina, Donatino e di Arigliana, che poi è Albidona, Trebisacce, ma è pure Milanox, come dicono i bambini del romanzo; è pane e pomodoro, vino buono; noci e zafferano; amore, indifferenza, luna e fuochi.

venerdì 1 giugno 2018

“Non siamo botti vuote, ma campi di battaglia”: Fuochi, il nuovo libro di Roberto Farina edito da Le Milieu.




C’è uno scrittore che è un aedo: la sua prosa è come il canto di Demodoco alla corte di Alcinoo, commuove e fa godere; i suoi racconti sono come gli amori di Ares e Afrodite: incomparabili, di guerra e d’amore, di mistero e di lava.
Roberto Farina è un equilibrista che, dalla sua corda sospesa a mezz’aria, guarda le mongolfiere compiere i loro virtuosismi nel cielo e i loro Fuochi sono alimentati dall’attaccamento alla vita, dall’istinto alla gioia, pur nella consapevolezza, che mai viene meno, neanche per un istante, d’essere mortali.

 E Farina, che pure non lesina la brutalità della morte e non fa sconti alla coscienza feroce della precarietà d’esistere, tesse un canto alla vita che sboccia, che ama, che trema, che rischia, alla vita che esplode e che si reinventa, a chi si rigenera e non risorge (chè la resurrezione sarebbe un’illusione tremenda), a chi non si arrende, a chi fa della generosità il suo fiore sul petto, a chi deve andar via e a chi non è mai stato.

Fuochi è un’edizione speciale: è un’ampolla che custodisce il secretum; sono quattro racconti che, insieme, formano una corona di cellule vive: ogni sillaba secerne un liquido emozionale, che nasce dalle stimmate dell’homo humanus e diventa seme che feconda la terra, immane e vorticoso utero che, accogliendo, rigenera in quell’anaciclosi inesorabile, unica consolazione, unica centrifuga di speranza.
Ogni racconto è un monito a bere tutto il calice della propria esistenza: Giancarlo Bugetti gioca da sempre col fuoco e “la sommità del (suo) cuore sembrava scucita”, si commuove facilmente, perché ha “il cuore spezzato”; “Gianca” ha temuto sempre i “due morsi di lupo” e il lupo non lo ha risparmiato: lui però spegne la luce per non vedere le sue ferite, almeno fino a domani.  Etty Hillesum è la fanciulla dei fiori, la ragazza “golosa”. Etty è amata da Klaas, ma poi fa la lotta sul tappeto con il dottor Spier, si fa inseguire da un verso di Rilke e, ferma davanti ad un lillà, guarda passare due SS tedesche a pochi metri da lei: “Come possono coesistere tanta bellezza e atrocità?”, si chiede. Anche Etty viene ferita a morte, come Gianca, e anche lei sa che “Siamo degli avamposti di universo, disseminati in tutto il mondo”. E’ la volta di Idio, il milite ignoto, il bambino generoso, il fanciullo che cura il dolore con l’erba spargine, il giovane che va alla guerra e alla guerra Idio conosce la morte; la madre lo chiama Bimbo e la trincea lo ingoia; di tanti giovani non restano che monumenti al Milite ignoto e, nel giorno della festa e delle commemorazioni, una madre “piccola e minuta”, guardando una statua in onore ai caduti, non può che dire:”Non somiglia per nulla al mio Bimbo”.  L’ultimo racconto è dedicato a Kaspar Hauser: in lui si cela un mistero mostruoso; lui non è oppure è e non può essere; lui è l’errore che conferma la regola; Kaspar è l’enigma, Kaspar è un redivivo Edipo, una novella Gorgone: i mostri non possono amare.
Fuochi ha quattro fiamme: una più rubescente dell’altra, caldissime scintille di lava universale, lapilli di magma ancestrale. Roberto Farina scrive con penna incandescente, a sangue caldo. Quando la passione si infiamma, l’incendio travolge e non c’è contrario che possa annullarlo. Roberto Farina ha spiato Efesto, mentre lavorava nelle sue fucine, ha scaldato il suo cuore alle fiamme del dio e ha sognato quattro eroi che restano, come un tatuaggio, sulla superficie dell’anima.
Degna di nota la copertina: un nome, un titolo e un dipinto –incandescente- di Giandante X.

Francesca Aurelio


lunedì 12 marzo 2018

“Litri di mistura attraverso le budella”: La ballata del Pelé di Roberto Farina.



Ogni volta che si apre un libro di Roberto Farina, dopo i primi capoversi, si comincia a pensare di avere a che fare con qualcosa che cambierà il proprio modo di vedere il mondo: è ciò che accade quando si ha tra le mani un libro degno di essere letto, una specie di “classico” post litteram, in cui gli eroi si chiamano Giandante X, pittore (ma essenzialmente un colosso col volto spigoloso e gli occhi quasi invisibili),  Nori Brambilla Pesce, partigiana (ma essenzialmente un colosso dai capelli ad onde e con gli occhi straordinariamente scintillanti), Flavio Costantini, pittore (ma un colosso di eleganza e di cordiale, cordialissima anarchia); poi, ci sono le balene in fiamme ed i fumetti… poi, c’è La ballata del Pelé, che è “una storia di osteria, malavita e nostalgia”, uscito il 1° marzo (Milieu edizioni).
E’ una ballata corale: la voce narrante è quella del Pelé, Giancarlo Peroncini, una specie di funambolo, che, tra furti e musica, attraversa una Milano che affascina, che è stata, che vibra nel ricordo e nella nostalgia, nelle lacrime e nei lutti, nelle canzoni soprattutto, e che sembra poter essere ancora, nelle pagine di questo libro che è un romanzo, una memoria storica, il diario di un’epoca non troppo lontana.
La ballata del Pelé è un catalogo ricchissimo di esseri umani corposi e intensi che, tra i fumi del vino e l’unto della carne, sfilano in una Milano irresistibilmente liquida per le sue acque, che scorrono ctonie e si stagnano, a volte, nei navigli: una Milano che sembra scorrere essa stessa come lava, nei ricordi di un uomo innamorato che parla e di un uomo che si innamora, scrivendo.
Prima di tutto, di questa ballata restano le donne: la storia della Rosetta, con l’articolo determinativo femminile singolare davanti: La Rosetta, la fanciulla della canzone popolare che Pelé ancora va cantando, accompagnandosi con il suo tollofono, nelle notti di una Milano che non vuole lasciar andare: “La storia della Rosetta era ben nota ai milanesi, tutti ricordavano la figura di una prostituta di diciannove anni che una notte d’agosto del 1914 era stata uccisa a colpi di calcio di pistola da un questurino col quale si era rifiutata di andare”. C’è La Tiziana, la moglie del Gilberto: “Le piaceva essere scollacciata, talvolta mostrava le cosce piene e pallide, accavallandole pesantemente o andando avanti e indietro per la Briosca: questo non la faceva sembrare molto virtuosa, ma era tutt’altro che sconveniente. Se lavorava di ventaglio, con le labbra socchiuse, era irresistibile”; a far da contropartita c’era La Elda, “una brunetta piccola, dai modi garbati ma spicci: aveva un modo tutto suo di dire le cose, era dura, ma accompagnava le parole, anche le più severe, con gesti di gentilezza”; c’è La Maria, che “si butta nel Naviglio”, salvata dagli avventori della Briosca, che mostra “due gocce tonde agli angoli degli occhi, pronte a cadere, povera stella”; c’è La Mariangela, con “gli occhi che sembravano verdi come l’erba dei campi sotto la pioggia”; c’è La Didi Martinaz: “Lei viveva liberamente le sue passioni”, “della sua bellezza se ne faceva un gran parlare. […] Lei lo sapeva, portava sulle labbra il vago sorriso delle donne consapevoli del loro fascino”. Donne irrequiete, donne di traverso, donne disperate, donne che hanno saputo vivere e morire. Con goliardica disperazione o disperata goliardia: poco importa.
Poi ci sono gli uomini della ballata: il signor Pippo, Nanni Svampa, il Pinza, Gildo Negri, partigiano e comunista, c’è Bruno Brancher, lo scrittore malandrino, il Wanda, c’è Primo Moroni, Dix, c’è Billy, c’è il Conte, che “lo chiamavano così perché somigliava a Dracula, ma anche perché non usava il dialetto, parlava come i signori insomma. Era alto, snello, aveva i capelli neri. Aveva occhi scuri e brillanti come due olive, appoggiati su due occhiaie che sembravano disegnate con il sughero abbrustolito”: “Il Conte era uno di quegli uomini che si tengono stretta la loro rabbia, perché gli tiene occupata l’anima, gli fa compagnia”; il Conte era un groviglio di magrezza e di passione, passione per la Didi; il Conte è l’uomo dell’amore che mente, dell’addio, dell’infelicità e del coraggio. C’è Erik, “un ragazzo magro dagli occhi chiari, sempre elegante. […] Aveva uno sguardo tagliente, diffidente, ma gentile”, una sera entra in Briosca in mutande, aveva fatto un tuffo nel Naviglio: “Prendetela come una lettera d’addio”, aveva detto agli avventori suoi amici dell’osteria, andava via da Milano, “la città è stata sommersa dalla droga” e lui, giovane pittore, doveva scegliere se andare via o morire.
Quindi, ci sono i luoghi della ballata: Milano, dolcissima, struggente e amara e lenta, le cui “facciate delle case avevano l’intonaco giallo scrostato, sull’acqua verde scorrevano le chiatte cariche di sabbia proveniente dalle cave. La sabbia era rosa. C’erano i panni di mezza Milano: bianchi e colorati, stesi ad asciugare nei cortili o ammucchiati nelle ceste delle lavandaie.[…] Le chiatte arrivavano, i tram sferragliavano, i treni partivano e in mezzo c’erano ombrellai, lavandaie, musicanti  e perdigiorno”; il Naviglio e la Darsena, la Briosca, lo zoo, le Tre fontane. C’era Bombe e c’era l’ippopotamo, c’erano i fili di rame del telefono usati come corde per le chitarre e c’erano i monaci dell’abbazia di Chiaravalle che facevano a cazzotti con i preti di piazza Bologna.
La ballata ha note di malinconia, è la mancanza di un mondo dove c’era l’amore e la memoria, la solidarietà e l’amicizia. C’era la passione e c’erano le stragi. C’era persino il perdono. C’era la musica, che stordiva e che leniva, che faceva le sue battaglie e non si vendeva mai; c’era la musica pura, quella che non conosceva il vil denaro; c’era l’anima degli uomini. C’era l’umanità. C’era la giovinezza, magra e densa. C’era un dialetto viscerale e c’era la violenza.
Nella ballata c’è l’anima del Pelé, che sembra fare l’occhiolino a quella della poetessa, Alda Merini, che, come lui, ha cantato Milano, ma ora la città è “una grassa signora piena di inutili orpelli[1] . Pelé è in tutti i suoi ricordi. Pelé, al quale ora sua moglie Rosanna ricorda di fare l’insulina, è l’aedo di un mondo che non è più, di un sogno vissuto tra fiori e rovine, tra grappe, Negroni, il busto di Lenin sullo scaffale, il “bianchin sporco” e l’odore di minestra.
Non resta che cantare per un’altra emozione; rubare una zolletta di zucchero da tuffare nel caffè e lasciare che una donna rimanga sveglia ad aspettare ancora un po’.
La scrittura di Roberto Farina è come il lievito madre, trascina l’anima in un impasto che ora travolge, ora carezza, ora commuove, ora fa tremare. Roberto Farina è scrittore di eleganza rara: carismatico, impetuoso. In ogni sua opera c’è un turgore nuovo, simile a quello delle gemme che, a primavera, si approntano ad esplodere. Raffinato e ingordo di Suburra; anarchico, come la libertà; sensuale, come un tango lontano, che è vampa di sperma e di nostalgia.
 La ballata del Pelé è la sintesi di un gusto tutto “fariniano” per le cose belle: è impreziosito dalle illustrazioni di Elfo, dalle fotografie dell’archivio personale di Pelé, dal ritratto del Pinza di Erik Scheller, da saggi e interviste di chi c’era e da un cd registrato al Ligera tra il novembre del 2017 e il gennaio del 2018.
Un romanzo, un saggio, uno spaccato di storia contemporanea, appassionatamente vissuto, amorosamente cantato.
Francesca Aurelio


[1] Alda Merini, Canto Milano, 2007

sabato 24 febbraio 2018

Lettura di Febbraio: Giuseppina Norcia, L'ultima notte di Achille (Castelvecchi, 2018)




Ci sono libri che rivelano, che cambiano il nostro modo di guardare fuori dalla finestra, che ci portano ad un dialogo interiore con noi stessi, che consentono un percorso accidentato dell’anima e, proprio per questo, colmo di fascino e di incantamento: uno di questi libri è certamente L’ultima notte di Achille, di Giuseppina Norcia. L’autrice è  siracusana: la sua “siracusanità” è in ogni fibra del suo essere donna magnogreca, avvezza alla forza tanto quanto alla bellezza, ha sulla pelle quel profumo che soltanto il sud emana e negli occhi quella canicola siciliana che punge lo spirito e l’immaginazione. La stessa “siracusanità” abita le sue parole: L’ultima notte di Achille è un romanzo viscerale, è il racconto ancestrale dell’uomo che nasce e che nasce insieme alla morte, non mostro, ma compagna di ventura.
Il “figlio del mare” è raccontato da una voce narrante d’eccezione: Thanatos, Morte. L’ultima notte di Achille è l’occasione per Thanatos di ripercorrere, parlando sommessamente all’orecchio del figlio di Teti, la vita di un eroe che diventa, nelle pagine della Norcia, un Cristo ante litteram: egli si immola, perché si compia il suo destino.

 Ad Achille, del resto, la morte vuol bene da sempre: eppure questo indissolubile quanto inesorabile amore si esplicita nella continua lotta contro la paura, una paura ambivalente, umanissima per Achille e divina per sua madre: entrambi lottano contro un destino ineluttabile. Entrambi sono figure titaniche: sanno, da sempre, quali scelte bisogna  fare e quali ne saranno le incontrovertibili conseguenze.
E’ il romanzo  di una metamorfosi dolorosa, di un divenire altro da sé che logora, di un mutare la pelle che diventa estenuante. E allora l’amore per Deidamia, dopo la metamorfosi di Sciro, rivela la realtà: Achille torna ad essere se stesso e questo sarà un ulteriore passo verso la morte necessaria, che è la Verità che egli si porta addosso. Quindi Patroclo: l’uomo della vita di Achille, l’amore oltre i sensi, oltre i nervi, oltre ogni confine; quando si ritrovano, dopo il soggiorno obbligato di Achille a Sciro, voluto da sua madre, per preservarlo dalla guerra, l’eroe avrebbe voluto abbracciare il suo diletto, ma ha timore di farlo: “Avresti abbracciato il suo corpo nudo, disperatamente, avresti voluto che il tuo amico ti tenesse stretto a sé fino a farti male, ma provasti pudore per quel desiderio ancora indecifrabile, temendo che lui potesse ritrarsi o respingerti”.
Parte Achille, si reca a rimaner principe per sempre: lui non sarà mai re, come Peleo o Priamo, che sono vegliardi, lontani, per gli anni e per le distanze, da questo eroe che trabocca di umanissimo sentire: in Aulide è furioso, non può comprendere il padre che immola sua figlia, tutto il suo essere è nel sangue di Ifigenia, tutta la sua pietà è per Clitemnestra, che tiene tra le braccia, come se fosse sua madre stessa, mentre la figlia muore.
Ancora la morte. Sempre la morte. Gli abita accanto, mentre gli sta dentro, fin da quando gli strappò un capello d’oro, mentre Teti lo immergeva, in fasce, nelle acque dello Stige: ma l’antidoto al veleno della morte per Achille è stato l’amore sempre, quell’amore che lo ha condotto poi alla sua stessa pira infuocata. 

La narrazione della Norcia raggiunge altezze epiche, tragiche, liriche e queste ultime, forse, sono la nota dominante di tutta la sua scrittura: la prosa poetica di Giusi Norcia regala pagine indimenticabili, passaggi che si imprimono nell’anima e restano lì, come regali, come le lampare all’orizzonte nelle notti senza luna, come sogni, come “unico fiore in mezzo alla tempesta”. E’ il caso dei passi formidabili sull’amore per Patroclo: “Prendesti allora le sue braccia e te le stringesti intorno, con forza, e in quell’abbraccio sentisti per la prima volta di aver trovato casa. 

Ti inebriò il suo odore di rosa e di oliva, mentre sentivi i suoi capelli scendere sciolti sul tuo collo. Il vostro respiro mutò, senza paure, senza remore, nelle poche parole prima del silenzio, nelle carezze di Patroclo sulle tue labbra, sul petto, sui tuoi fianchi duri, nella sua bocca che proseguiva ciò che le mani avevano iniziato. 
Quell’ultima notte in Aulide dormiste in spiaggia sotto la prua di una nave nera, aggrappati l’uno all’altro come naufraghi. Il soffio dei venti, finalmente liberi, faceva fremere i vostri corpi caldi, sudati, sfiancati come dopo una lotta. Il tempo era giunto, ormai”. 

Dopo un altrettanto lirico intermezzo di Thanatos, gli eroi vanno alla guerra: Achille esita ancora tra la vita e la gloria, ma il suo destino “è sempre stato uno solo”; un’ultima trasformazione: Patroclo indossa le armi di Achille, diventa l’altro Achille e va a morire, portandosi con lui l’amore, la vita di quell’umanissimo figlio divino che piange e trema e compatisce; che si adira e muore.

Il romanzo di Giuseppina Norcia è come un lampo che illumina a giorno le notti più cupe: è travolgente come certe pagine antiche, è sapiente, salino; è come il vento che viene dal mare e porta l’odore della salsedine, ti resta addosso; è come quel punto dove l’orizzonte si perde e l’essere umano piange la sua terra lontana, sapendo che vi ha già fatto ritorno. L’ultima notte di Achille è uno dei romanzi più belli che io abbia letto negli ultimi tempi: avrei voluto durasse ancora a lungo, che mi accompagnasse per altre notti ed altri sentieri ancora; le pagine sono finite, ma le parole della Norcia restano. Impresse. Dentro. Con la sensualità del verbo dei sacerdoti, degli indovini e dei poeti.

Francesca Aurelio