venerdì 1 giugno 2018

“Non siamo botti vuote, ma campi di battaglia”: Fuochi, il nuovo libro di Roberto Farina edito da Le Milieu.




C’è uno scrittore che è un aedo: la sua prosa è come il canto di Demodoco alla corte di Alcinoo, commuove e fa godere; i suoi racconti sono come gli amori di Ares e Afrodite: incomparabili, di guerra e d’amore, di mistero e di lava.
Roberto Farina è un equilibrista che, dalla sua corda sospesa a mezz’aria, guarda le mongolfiere compiere i loro virtuosismi nel cielo e i loro Fuochi sono alimentati dall’attaccamento alla vita, dall’istinto alla gioia, pur nella consapevolezza, che mai viene meno, neanche per un istante, d’essere mortali.

 E Farina, che pure non lesina la brutalità della morte e non fa sconti alla coscienza feroce della precarietà d’esistere, tesse un canto alla vita che sboccia, che ama, che trema, che rischia, alla vita che esplode e che si reinventa, a chi si rigenera e non risorge (chè la resurrezione sarebbe un’illusione tremenda), a chi non si arrende, a chi fa della generosità il suo fiore sul petto, a chi deve andar via e a chi non è mai stato.

Fuochi è un’edizione speciale: è un’ampolla che custodisce il secretum; sono quattro racconti che, insieme, formano una corona di cellule vive: ogni sillaba secerne un liquido emozionale, che nasce dalle stimmate dell’homo humanus e diventa seme che feconda la terra, immane e vorticoso utero che, accogliendo, rigenera in quell’anaciclosi inesorabile, unica consolazione, unica centrifuga di speranza.
Ogni racconto è un monito a bere tutto il calice della propria esistenza: Giancarlo Bugetti gioca da sempre col fuoco e “la sommità del (suo) cuore sembrava scucita”, si commuove facilmente, perché ha “il cuore spezzato”; “Gianca” ha temuto sempre i “due morsi di lupo” e il lupo non lo ha risparmiato: lui però spegne la luce per non vedere le sue ferite, almeno fino a domani.  Etty Hillesum è la fanciulla dei fiori, la ragazza “golosa”. Etty è amata da Klaas, ma poi fa la lotta sul tappeto con il dottor Spier, si fa inseguire da un verso di Rilke e, ferma davanti ad un lillà, guarda passare due SS tedesche a pochi metri da lei: “Come possono coesistere tanta bellezza e atrocità?”, si chiede. Anche Etty viene ferita a morte, come Gianca, e anche lei sa che “Siamo degli avamposti di universo, disseminati in tutto il mondo”. E’ la volta di Idio, il milite ignoto, il bambino generoso, il fanciullo che cura il dolore con l’erba spargine, il giovane che va alla guerra e alla guerra Idio conosce la morte; la madre lo chiama Bimbo e la trincea lo ingoia; di tanti giovani non restano che monumenti al Milite ignoto e, nel giorno della festa e delle commemorazioni, una madre “piccola e minuta”, guardando una statua in onore ai caduti, non può che dire:”Non somiglia per nulla al mio Bimbo”.  L’ultimo racconto è dedicato a Kaspar Hauser: in lui si cela un mistero mostruoso; lui non è oppure è e non può essere; lui è l’errore che conferma la regola; Kaspar è l’enigma, Kaspar è un redivivo Edipo, una novella Gorgone: i mostri non possono amare.
Fuochi ha quattro fiamme: una più rubescente dell’altra, caldissime scintille di lava universale, lapilli di magma ancestrale. Roberto Farina scrive con penna incandescente, a sangue caldo. Quando la passione si infiamma, l’incendio travolge e non c’è contrario che possa annullarlo. Roberto Farina ha spiato Efesto, mentre lavorava nelle sue fucine, ha scaldato il suo cuore alle fiamme del dio e ha sognato quattro eroi che restano, come un tatuaggio, sulla superficie dell’anima.
Degna di nota la copertina: un nome, un titolo e un dipinto –incandescente- di Giandante X.

Francesca Aurelio


lunedì 12 marzo 2018

“Litri di mistura attraverso le budella”: La ballata del Pelé di Roberto Farina.



Ogni volta che si apre un libro di Roberto Farina, dopo i primi capoversi, si comincia a pensare di avere a che fare con qualcosa che cambierà il proprio modo di vedere il mondo: è ciò che accade quando si ha tra le mani un libro degno di essere letto, una specie di “classico” post litteram, in cui gli eroi si chiamano Giandante X, pittore (ma essenzialmente un colosso col volto spigoloso e gli occhi quasi invisibili),  Nori Brambilla Pesce, partigiana (ma essenzialmente un colosso dai capelli ad onde e con gli occhi straordinariamente scintillanti), Flavio Costantini, pittore (ma un colosso di eleganza e di cordiale, cordialissima anarchia); poi, ci sono le balene in fiamme ed i fumetti… poi, c’è La ballata del Pelé, che è “una storia di osteria, malavita e nostalgia”, uscito il 1° marzo (Milieu edizioni).
E’ una ballata corale: la voce narrante è quella del Pelé, Giancarlo Peroncini, una specie di funambolo, che, tra furti e musica, attraversa una Milano che affascina, che è stata, che vibra nel ricordo e nella nostalgia, nelle lacrime e nei lutti, nelle canzoni soprattutto, e che sembra poter essere ancora, nelle pagine di questo libro che è un romanzo, una memoria storica, il diario di un’epoca non troppo lontana.
La ballata del Pelé è un catalogo ricchissimo di esseri umani corposi e intensi che, tra i fumi del vino e l’unto della carne, sfilano in una Milano irresistibilmente liquida per le sue acque, che scorrono ctonie e si stagnano, a volte, nei navigli: una Milano che sembra scorrere essa stessa come lava, nei ricordi di un uomo innamorato che parla e di un uomo che si innamora, scrivendo.
Prima di tutto, di questa ballata restano le donne: la storia della Rosetta, con l’articolo determinativo femminile singolare davanti: La Rosetta, la fanciulla della canzone popolare che Pelé ancora va cantando, accompagnandosi con il suo tollofono, nelle notti di una Milano che non vuole lasciar andare: “La storia della Rosetta era ben nota ai milanesi, tutti ricordavano la figura di una prostituta di diciannove anni che una notte d’agosto del 1914 era stata uccisa a colpi di calcio di pistola da un questurino col quale si era rifiutata di andare”. C’è La Tiziana, la moglie del Gilberto: “Le piaceva essere scollacciata, talvolta mostrava le cosce piene e pallide, accavallandole pesantemente o andando avanti e indietro per la Briosca: questo non la faceva sembrare molto virtuosa, ma era tutt’altro che sconveniente. Se lavorava di ventaglio, con le labbra socchiuse, era irresistibile”; a far da contropartita c’era La Elda, “una brunetta piccola, dai modi garbati ma spicci: aveva un modo tutto suo di dire le cose, era dura, ma accompagnava le parole, anche le più severe, con gesti di gentilezza”; c’è La Maria, che “si butta nel Naviglio”, salvata dagli avventori della Briosca, che mostra “due gocce tonde agli angoli degli occhi, pronte a cadere, povera stella”; c’è La Mariangela, con “gli occhi che sembravano verdi come l’erba dei campi sotto la pioggia”; c’è La Didi Martinaz: “Lei viveva liberamente le sue passioni”, “della sua bellezza se ne faceva un gran parlare. […] Lei lo sapeva, portava sulle labbra il vago sorriso delle donne consapevoli del loro fascino”. Donne irrequiete, donne di traverso, donne disperate, donne che hanno saputo vivere e morire. Con goliardica disperazione o disperata goliardia: poco importa.
Poi ci sono gli uomini della ballata: il signor Pippo, Nanni Svampa, il Pinza, Gildo Negri, partigiano e comunista, c’è Bruno Brancher, lo scrittore malandrino, il Wanda, c’è Primo Moroni, Dix, c’è Billy, c’è il Conte, che “lo chiamavano così perché somigliava a Dracula, ma anche perché non usava il dialetto, parlava come i signori insomma. Era alto, snello, aveva i capelli neri. Aveva occhi scuri e brillanti come due olive, appoggiati su due occhiaie che sembravano disegnate con il sughero abbrustolito”: “Il Conte era uno di quegli uomini che si tengono stretta la loro rabbia, perché gli tiene occupata l’anima, gli fa compagnia”; il Conte era un groviglio di magrezza e di passione, passione per la Didi; il Conte è l’uomo dell’amore che mente, dell’addio, dell’infelicità e del coraggio. C’è Erik, “un ragazzo magro dagli occhi chiari, sempre elegante. […] Aveva uno sguardo tagliente, diffidente, ma gentile”, una sera entra in Briosca in mutande, aveva fatto un tuffo nel Naviglio: “Prendetela come una lettera d’addio”, aveva detto agli avventori suoi amici dell’osteria, andava via da Milano, “la città è stata sommersa dalla droga” e lui, giovane pittore, doveva scegliere se andare via o morire.
Quindi, ci sono i luoghi della ballata: Milano, dolcissima, struggente e amara e lenta, le cui “facciate delle case avevano l’intonaco giallo scrostato, sull’acqua verde scorrevano le chiatte cariche di sabbia proveniente dalle cave. La sabbia era rosa. C’erano i panni di mezza Milano: bianchi e colorati, stesi ad asciugare nei cortili o ammucchiati nelle ceste delle lavandaie.[…] Le chiatte arrivavano, i tram sferragliavano, i treni partivano e in mezzo c’erano ombrellai, lavandaie, musicanti  e perdigiorno”; il Naviglio e la Darsena, la Briosca, lo zoo, le Tre fontane. C’era Bombe e c’era l’ippopotamo, c’erano i fili di rame del telefono usati come corde per le chitarre e c’erano i monaci dell’abbazia di Chiaravalle che facevano a cazzotti con i preti di piazza Bologna.
La ballata ha note di malinconia, è la mancanza di un mondo dove c’era l’amore e la memoria, la solidarietà e l’amicizia. C’era la passione e c’erano le stragi. C’era persino il perdono. C’era la musica, che stordiva e che leniva, che faceva le sue battaglie e non si vendeva mai; c’era la musica pura, quella che non conosceva il vil denaro; c’era l’anima degli uomini. C’era l’umanità. C’era la giovinezza, magra e densa. C’era un dialetto viscerale e c’era la violenza.
Nella ballata c’è l’anima del Pelé, che sembra fare l’occhiolino a quella della poetessa, Alda Merini, che, come lui, ha cantato Milano, ma ora la città è “una grassa signora piena di inutili orpelli[1] . Pelé è in tutti i suoi ricordi. Pelé, al quale ora sua moglie Rosanna ricorda di fare l’insulina, è l’aedo di un mondo che non è più, di un sogno vissuto tra fiori e rovine, tra grappe, Negroni, il busto di Lenin sullo scaffale, il “bianchin sporco” e l’odore di minestra.
Non resta che cantare per un’altra emozione; rubare una zolletta di zucchero da tuffare nel caffè e lasciare che una donna rimanga sveglia ad aspettare ancora un po’.
La scrittura di Roberto Farina è come il lievito madre, trascina l’anima in un impasto che ora travolge, ora carezza, ora commuove, ora fa tremare. Roberto Farina è scrittore di eleganza rara: carismatico, impetuoso. In ogni sua opera c’è un turgore nuovo, simile a quello delle gemme che, a primavera, si approntano ad esplodere. Raffinato e ingordo di Suburra; anarchico, come la libertà; sensuale, come un tango lontano, che è vampa di sperma e di nostalgia.
 La ballata del Pelé è la sintesi di un gusto tutto “fariniano” per le cose belle: è impreziosito dalle illustrazioni di Elfo, dalle fotografie dell’archivio personale di Pelé, dal ritratto del Pinza di Erik Scheller, da saggi e interviste di chi c’era e da un cd registrato al Ligera tra il novembre del 2017 e il gennaio del 2018.
Un romanzo, un saggio, uno spaccato di storia contemporanea, appassionatamente vissuto, amorosamente cantato.
Francesca Aurelio


[1] Alda Merini, Canto Milano, 2007

sabato 24 febbraio 2018

Lettura di Febbraio: Giuseppina Norcia, L'ultima notte di Achille (Castelvecchi, 2018)




Ci sono libri che rivelano, che cambiano il nostro modo di guardare fuori dalla finestra, che ci portano ad un dialogo interiore con noi stessi, che consentono un percorso accidentato dell’anima e, proprio per questo, colmo di fascino e di incantamento: uno di questi libri è certamente L’ultima notte di Achille, di Giuseppina Norcia. L’autrice è  siracusana: la sua “siracusanità” è in ogni fibra del suo essere donna magnogreca, avvezza alla forza tanto quanto alla bellezza, ha sulla pelle quel profumo che soltanto il sud emana e negli occhi quella canicola siciliana che punge lo spirito e l’immaginazione. La stessa “siracusanità” abita le sue parole: L’ultima notte di Achille è un romanzo viscerale, è il racconto ancestrale dell’uomo che nasce e che nasce insieme alla morte, non mostro, ma compagna di ventura.
Il “figlio del mare” è raccontato da una voce narrante d’eccezione: Thanatos, Morte. L’ultima notte di Achille è l’occasione per Thanatos di ripercorrere, parlando sommessamente all’orecchio del figlio di Teti, la vita di un eroe che diventa, nelle pagine della Norcia, un Cristo ante litteram: egli si immola, perché si compia il suo destino.

 Ad Achille, del resto, la morte vuol bene da sempre: eppure questo indissolubile quanto inesorabile amore si esplicita nella continua lotta contro la paura, una paura ambivalente, umanissima per Achille e divina per sua madre: entrambi lottano contro un destino ineluttabile. Entrambi sono figure titaniche: sanno, da sempre, quali scelte bisogna  fare e quali ne saranno le incontrovertibili conseguenze.
E’ il romanzo  di una metamorfosi dolorosa, di un divenire altro da sé che logora, di un mutare la pelle che diventa estenuante. E allora l’amore per Deidamia, dopo la metamorfosi di Sciro, rivela la realtà: Achille torna ad essere se stesso e questo sarà un ulteriore passo verso la morte necessaria, che è la Verità che egli si porta addosso. Quindi Patroclo: l’uomo della vita di Achille, l’amore oltre i sensi, oltre i nervi, oltre ogni confine; quando si ritrovano, dopo il soggiorno obbligato di Achille a Sciro, voluto da sua madre, per preservarlo dalla guerra, l’eroe avrebbe voluto abbracciare il suo diletto, ma ha timore di farlo: “Avresti abbracciato il suo corpo nudo, disperatamente, avresti voluto che il tuo amico ti tenesse stretto a sé fino a farti male, ma provasti pudore per quel desiderio ancora indecifrabile, temendo che lui potesse ritrarsi o respingerti”.
Parte Achille, si reca a rimaner principe per sempre: lui non sarà mai re, come Peleo o Priamo, che sono vegliardi, lontani, per gli anni e per le distanze, da questo eroe che trabocca di umanissimo sentire: in Aulide è furioso, non può comprendere il padre che immola sua figlia, tutto il suo essere è nel sangue di Ifigenia, tutta la sua pietà è per Clitemnestra, che tiene tra le braccia, come se fosse sua madre stessa, mentre la figlia muore.
Ancora la morte. Sempre la morte. Gli abita accanto, mentre gli sta dentro, fin da quando gli strappò un capello d’oro, mentre Teti lo immergeva, in fasce, nelle acque dello Stige: ma l’antidoto al veleno della morte per Achille è stato l’amore sempre, quell’amore che lo ha condotto poi alla sua stessa pira infuocata. 

La narrazione della Norcia raggiunge altezze epiche, tragiche, liriche e queste ultime, forse, sono la nota dominante di tutta la sua scrittura: la prosa poetica di Giusi Norcia regala pagine indimenticabili, passaggi che si imprimono nell’anima e restano lì, come regali, come le lampare all’orizzonte nelle notti senza luna, come sogni, come “unico fiore in mezzo alla tempesta”. E’ il caso dei passi formidabili sull’amore per Patroclo: “Prendesti allora le sue braccia e te le stringesti intorno, con forza, e in quell’abbraccio sentisti per la prima volta di aver trovato casa. 

Ti inebriò il suo odore di rosa e di oliva, mentre sentivi i suoi capelli scendere sciolti sul tuo collo. Il vostro respiro mutò, senza paure, senza remore, nelle poche parole prima del silenzio, nelle carezze di Patroclo sulle tue labbra, sul petto, sui tuoi fianchi duri, nella sua bocca che proseguiva ciò che le mani avevano iniziato. 
Quell’ultima notte in Aulide dormiste in spiaggia sotto la prua di una nave nera, aggrappati l’uno all’altro come naufraghi. Il soffio dei venti, finalmente liberi, faceva fremere i vostri corpi caldi, sudati, sfiancati come dopo una lotta. Il tempo era giunto, ormai”. 

Dopo un altrettanto lirico intermezzo di Thanatos, gli eroi vanno alla guerra: Achille esita ancora tra la vita e la gloria, ma il suo destino “è sempre stato uno solo”; un’ultima trasformazione: Patroclo indossa le armi di Achille, diventa l’altro Achille e va a morire, portandosi con lui l’amore, la vita di quell’umanissimo figlio divino che piange e trema e compatisce; che si adira e muore.

Il romanzo di Giuseppina Norcia è come un lampo che illumina a giorno le notti più cupe: è travolgente come certe pagine antiche, è sapiente, salino; è come il vento che viene dal mare e porta l’odore della salsedine, ti resta addosso; è come quel punto dove l’orizzonte si perde e l’essere umano piange la sua terra lontana, sapendo che vi ha già fatto ritorno. L’ultima notte di Achille è uno dei romanzi più belli che io abbia letto negli ultimi tempi: avrei voluto durasse ancora a lungo, che mi accompagnasse per altre notti ed altri sentieri ancora; le pagine sono finite, ma le parole della Norcia restano. Impresse. Dentro. Con la sensualità del verbo dei sacerdoti, degli indovini e dei poeti.

Francesca Aurelio


lunedì 12 febbraio 2018

LIBRI DI GENNAIO



Mentre febbraio si appresta già a passare dalle variopinte danze carnascialesche alla contrizione quaresimale e il clima sembra piuttosto “marzeggiare”, passando da giornate di flessuosa primavera a venti furiosi e pioggia greve, tiro le somme delle mie letture del primo mese dell’anno. Con una mia amichetta di nove anni, Sofia, assai spesso amiamo raccontarci i libri che andiamo leggendo: ieri ci siamo accorte che non lo facevamo da un po’ e così ho fatto mente locale sulle mie letture di gennaio e, tra una spulciata e l’altra alla “solita” poesia serale, che è l’addio al giorno che passa e la captatio benevolentiae che rivolgo agli dei per la notte che viene (del resto, una sera all’Hotel Roma a Siracusa, Piera mi esortò a non addormentarmi mai senza prima aver letto una poesia: da allora, anche se non riesco a dormire, due versi, pure tre, me li concedo sempre), questo è stato il mese dei “libri rossi”.
Il mio incidentato 2018 l’ho aperto con Annie Ernaux, Memoria di ragazza: è il racconto dell’estate del 1958 di A, è l’estate delle scoperte, l’estate in cui la ragazza di paese, di una famiglia modesta, va a lavorare in una colonia estiva e lì incontra (accoglie) e si scontra con la realtà. L’adolescenza finisce, ma non si trasforma in età adulta. A si trova in una sospensione che è tanto struggente quanto dolorosa e che diventa il perno di tanta vita vissuta in un certo modo proprio perché A ha bevuto tutto intero il calice di quell’estate del ’58. “Ci sono esseri che sono sommersi dalla realtà degli altri, dal loro modo di parlare, accavallare le gambe, accendere una sigaretta. Invischiati nella presenza degli altri. Un giorno, o piuttosto una notte, sono trascinati nel desiderio e nella volontà di un unico Altro. Ciò che credevano di essere scompare. Si dissolvono, e guardano il proprio riflesso agire, obbedire, trascinati nel corso sconosciuto delle cose. Sono sempre in ritardo sull’Altro, sulla sua volontà costantemente avanti di una mossa. Una volontà che non raggiungono mai”: il libro inizia così e questa corsa a perdifiato per raggiungere l’irraggiungibile affanna per tutto il racconto e diventa una misterioso affanno verso la fine di un’epoca per A, che è l’epoca di ogni donna. E’ un libro per femmine, che ogni maschio dovrebbe leggere: è un romanzo su ciò che lascia chi va via con quella superficialità che è una botta in pieno viso e un rasoio che graffia l’anima; è un romanzo pieno di quella verità dalla quale non si guarisce quasi mai. E’ gonfio di timidezze e di “una femminilità ostentata e intoccabile” che è cresciuta a pane e Secondo sesso di Simone de Beauvoir : è colmo di quella necessità di ricostruirsi e di rigenerarsi che solo chi sanguina, come la luna, ha il coraggio di portare a compimento. Scrittura limpida, a tratti feroce, lirica a volte. A mi ha fatto tenerezza e mi ha fatta arrabbiare. Poi non volevo lasciarla. Quando è così, vuol dire che il libro merita d’essere letto.
Il 25 gennaio è uscito per Feltrinelli La Splendente di Cesare Sinatti: l’autore è giovanissimo e scrive luminosamente. E’ un romanzo sugli eroi di Omero, sulle figlie di Tindaro, sulla prole di Atreo. E’ un film, in realtà. L’ho trovato magnifico. Profondo conoscitore di Omero e della tragedia, fantastico narratore. Ho iniziato a leggere questo libro con qualche pregiudizio: mi aspettavo pagine un po’ noiose su argomenti triti e ritriti per chi, come me, considera la letteratura greca la summa di tutto ciò che è santo e bello e pieno di grazia; invece, è stato magnifico ricredermi. E’ una narrazione gustosa, leggera, profondissima; è indagine dentro; è scoperta; è curiosità. E’ persino sfida: “Vediamo come l’ha raccontata questa!”, andavo dicendomi.
“Coloro in cui la fiamma della vita ardeva con più forza si consumavano per primi”: come non caderci dentro? e, allora, di Agamennone hai persino pietà; Menelao ti intenerisce il cuore; Tersite lo prenderesti a sberle pure tu; Patroclo resterà sempre il tuo più bell’amore; ti assolvi di amare tanto i latrati di Clitemnestra e non provi più quel pizzico di invidia per quella bellezza maledetta di Elena, che tanto ha fatto patire. Achille, be’, Achille resta sempre lì, ha quel posto nel tuo cuore che occupa da sempre: Achille è la tua fragilità, la tua paura; Achille canta sempre e tutte le note del suo cuore resteranno per l’eternità tra il carapace della sua magnifica lira e il blu del cielo di Grecia che ti percuote l’anima e, pure, l’accarezza. Sinatti scrive: “I Greci sono eterni bambini”: sì. Lo sono. Perché in loro troveremo sempre quella δεινότης irresistibile che tiene in bilico tra ciò che è tremendo e la meraviglia. 
L’epilogo di Sinatti è il vento di un pomeriggio d’estate che gonfia una tenda d’organza, mentre nella penombra di una stanza rovente si consuma una sensualità liquida…e profumata. 

 Libro da 10 e lode: i classicisti che lo snobbano sono invidiosi e non lo vogliono dire!

venerdì 24 giugno 2016

La notte di San Giovanni o del Sol invictus






La notte di san Giovanni è una danza. E' la celebrazione del Sole invictus, invincibile. E' notte di streghe e misteri. E' la notte della rugiada e delle felci che fioriscono per un attimo soltanto. E' la notte di chi vuole amare; di chi coglie lavanda per la purificazione e di chi accende fuochi per battere i piedi nudi sulla pancia della terra e sentirne i palpiti audaci. E' la notte delle femmine folli; delle maghe che si inghirlandano il cuore; è la notte dei campi di grano che esplodono all'alba nei giochi di luce e del mare che lambisce la pietra e accoglie le fiumare. E' la notte dei lupi che leccano la fronte alle vergini e di Salomè che si pente del delitto di un tempo. 
Vorrei avere le mani delle donne antiche, per la divinazione, per libare sulle tombe sacre e carezzare nel vento il volto di Dio. Per custodire le lucciole: che restino accese stanotte! Sono le anime di chi non trova ancora pace e vagano per cercare la strada.

Medea era figlia del sole, nei suoi talismani mesceva erbe e sangue infuocato: è da lei che si deve imparare; la maga herbaria stanotte renderà ancora immortali i suoi nati e intreccerà mirti ed incensi, con germogli bluastri di menta e profumato ginepro. E' sempre stata straniera, anche nella sua terra: Medea è di natura lontana; ora piange i suoi padri, cerca le strade maestre; trova acre sentore di morte e bucrani lungo il cammino: non c'è vigoria di fertili zolle. Eppure restano le parole d'amore. E le braccia che, un tempo, le cinsero i fianchi.
Un tuono, un tremare di cielo: le nonne raccontano che Erodiade e Salomè gridano, dannate, e le loro voci giungono dall'alto.
"Mamma, perchè me lo chiedesti?"
"Figlia, perchè l'hai fatto?"







domenica 10 gennaio 2016

Appendice a Clitennestra (O del mostro, della dannata, della dimenticanza).

J. Collier, Dopo il delitto, 1882

Tutto gli avevo dato e l’ho ripreso.
Perché a volte le donne scelgono.

Non avevo scelto mai. Fui figlia
emarginata della madre che partorì
al Cigno l’Elena malfida. Che generò
a Zeus i gemelli. Ho attraversato
il bosco dei pioppi e la triste prateria
degli asfodeli; sono giunta alla sinistra
del palazzo di Ade: Persefone si agita
nell’Erebo senza uscite e alla Fonte
dell’Oblio mi accingo a dissetarmi.
All’ombra del bianco cipresso
attendo le ultime risposte: arriveranno
quando io avrò dimenticato le domande.

Il mio petto dilaniato dalla giustizia
del figlio smetterà di sanguinare:
io no. Sanguinerò sempre
nella dimora di ciò che non è più.

Agamennone, lo sposo che mi uccise
il figlio di Pelope nel grembo,
immolò anche Ifigenia per la sua gloria,
per il rogo di Troia innocente. Lo attesi.
Come si aspettano i vincitori.
Come Penelope sospirò Odisseo
che tardava. Invocai i fuochi sulle alture:
annuncio del suo ingresso in Micene.
Approntai le stanze. La sala del bagno
fu l’altare innalzato alla vendetta
ristoratrice: non era vestito né nudo,
non era sazio né a digiuno, non era…
nella Casa né fuori. Non era in acqua
e neanche sulla terraferma. Egisto,
il misero compagno delle notti amare,
sferzò i colpi mortali: io impugnai
l’ascia bipenne per esibire la testa
del tiranno, ma non come la Baccante
il figlio. Consapevole di andare
a morte certa: Giustizia, la dea
senza madre e senza marito,
la dea del maschio
offenda pure la sua stessa natura!

Stragi e infamie, violento mostro fui:
in corpo di donna regale. Figlia
di fortuna: di sorte efferata, sanguinaria.

Ho goduto del sangue nero dell’uomo
che un tempo amai; il suo talamo
ho fatto caldo e prospero di figli:
sperma che non ha mai saputo
il bilico uteroso di una donna
che era madre. Privata dei suoi parti.

Privata della mia dignità:
Cassandra gridava la grande sciagura,
io fui soltanto Mano. L’assassino
della più volte violata
figlia di Priamo, trascinata in terra
greca-quale civiltà!- fu lui,
fu Agamennone. Sicario oscuro
di vergini, di figlie, di venti, di tempeste.
Sicario delle mie malevoglie:
virgulto prepotente di una malarazza.

Berrò. La sorgente sgorga, come sangue
santo: le mie mani sono coppa
per l’unguento delle mie storture.
Clitemnestra, la cagna, va dove nulla
più è pena. Tutto è Vuoto. Il delirio tace.
Le mani sono monde. Immonda
resterà la memoria della colei
che fu femmina degenere, non avvezza
alla paura, avida di sangue
e morbo per le sue creature morte.

Il clitoride non fu vessillo mai.
…Era tormento.

Ho scelto.

CLITENNESTRA


E la pietra imperterrita – vomitava sempre più sangue. 
G.Ritsos, Quarta dimensione, La casa morta. 

Iniziare un viaggio con Clitennestra è prendere per mano la sciagura di venire al mondo e penetrare le intercapedini di una inspiegabile forza che devasta e non si arresta mai. Ce n’è sempre di più ed è sempre più incontrollabile. Chi era Clitennestra? Era figlia di Tindaro e Leda. I suoi fratelli erano Castore e Polluce, erano forti, fortissimi. Erano eroi. Sua sorella era Elena. E tutto quanto le vesti di Elena hanno lambito è stato sporcato di sangue. Dal sangue non poteva certo esimersi Clitennestra: bellissima, certo, eppure non bella come la più bella di Grecia, non bella come colei per la quale si combatte la guerra che ha visto morire più eroi di sempre. Bella, sì, Clitennestra. Ma non come Elena. Nel destino di Clitennestra c’erano i Pelopidi, i discendenti tremendi di Pelope, il mitico re dal quale aveva preso nome il Peloponneso. In prime nozze Clitennestra aveva sposato Tantalo, figlio di Pelope appunto, ucciso da Agamennone, che ne era il nipote. Quindi Agamennone prese in sposa Clitennestra: dalla loro unione terribile nacquero quattro figli. La prima era Elettra, la figlia disperata, colei che ama il padre sopra ogni cosa e odia più di ogni cosa la madre, che le strappa la sua felicità e la mortifica, dando in sposa la principessa ad un contadino: si vendicherà Elettra e la sua vendetta sarà ferale; c’è Crisotemi [1], la silenziosa, questa figlia che porta l’oro nel nome , resta fuori da tutto ciò che accade a Micene, lei guarda, indifesa certo, ma non si lascia coinvolgere da una maledizione che non vuole ascoltare; la terzogenita è Ifigenia, la fanciulla ingannata da un padre che si spoglia della sua paternità e vuole essere capo, in una “civiltà della vergogna”[2]  che altrimenti avrebbe fatto di Agamennone l’eroe un vigliacco. C’è, infine, Oreste: il figlio mandato via, il figlio temuto da Clitennestra; il figlio che torna per vendicare suo padre. Mentre Agamennone, da dieci anni combatteva a Troia per colpa di Elena, Clitennestra, rimasta a Micene, aveva preso ad amarsi con Egisto: era, quest’ultimo, cugino di Agamennone, che con gli Atridi[3] aveva un conto in sospeso. Dopo in sacrificio di Ifigenia, fatta arrivare in Aulide, ove la flotta greca era ferma per mancanza di venti favorevoli, con l’inganno (avrebbe dovuto sposare Achille), Clitennestra ordisce la più atroce delle vendette: inventa la pyrsèia, ossia la catena di falò, che doveva annunciarle il ritorno di Agamennone, il quale, giunto a Micene, viene ucciso dal pugnale di Clitennestra, mentre è caduto nella rete di Egisto, nelle sale del bagno. “Sangue chiama sangue” e la morte di Agamennone dev’essere purificata: sulla tomba del padre si reca Elettra, vestita a lutto, per le libagioni: invoca, nel pianto disperato, il ritorno di Oreste, l’unico che può riportare l’Ordine a Micene. E Oreste torna: va al palazzo e la madre trema. 

 Κλυταιμνήστρα
τί δ᾽ ἐστὶ χρῆμα; τίνα βοὴν ἵστης δόμοις;
 Οἰκέτης
τὸν ζῶντα καίνειν τοὺς τεθνηκότας λέγω.
Κλυταιμνήστρα
οἲ ᾽γώ. ξυνῆκα τοὔπος ἐξ αἰνιγμάτων.
δόλοις ὀλούμεθ᾽, ὥσπερ οὖν ἐκτείναμεν.
δοίη τις ἀνδροκμῆτα πέλεκυν ὡς τάχος•
εἰδῶμεν εἰ νικῶμεν, ἢ νικώμεθα•
 ἐνταῦθα γὰρ δὴ τοῦδ᾽ ἀφικόμην κακοῦ.
Ὀρέστης
σὲ καὶ ματεύω• τῷδε δ᾽ ἀρκούντως ἔχει.
Κλυταιμνήστρα
οἲ ᾽γώ. τέθνηκας, φίλτατ᾽ Αἰγίσθου βία.
Ὀρέστης
φιλεῖς τὸν ἄνδρα; τοιγὰρ ἐν ταὐτῷ τάφῳ
κείσῃ• θανόντα δ᾽ οὔτι μὴ προδῷς ποτε.
 Κλυταιμνήστρα
ἐπίσχες, ὦ παῖ, τόνδε δ᾽ αἴδεσαι, τέκνον,
μαστόν, πρὸς ᾧ σὺ πολλὰ δὴ βρίζων ἅμα
οὔλοισιν ἐξήμελξας εὐτραφὲς γάλα.
Ὀρέστης
Πυλάδη τί δράσω; μητέρ᾽ αἰδεσθῶ κτανεῖν;
Πυλάδης
ποῦ δὴ τὰ λοιπὰ Λοξίου μαντεύματα
 τὰ πυθόχρηστα, πιστὰ δ᾽ εὐορκώματα;
ἅπαντας ἐχθροὺς τῶν θεῶν ἡγοῦ πλέον.
Ὀρέστης
κρίνω σὲ νικᾶν, καὶ παραινεῖς μοι καλῶς.
ἕπου, πρὸς αὐτὸν τόνδε σὲ σφάξαι θέλω.
καὶ ζῶντα γάρ νιν κρείσσον᾽ ἡγήσω πατρός•
 τούτῳ θανοῦσα ξυγκάθευδ᾽, ἐπεὶ φιλεῖς
τὸν ἄνδρα τοῦτον, ὃν δ᾽ ἐχρῆν φιλεῖν στυγεῖς.
Κλυταιμνήστρα
ἐγώ σ᾽ ἔθρεψα, σὺν δὲ γηράναι θέλω.
Ὀρέστης
πατροκτονοῦσα γὰρ ξυνοικήσεις ἐμοί;
Κλυταιμνήστρα
ἡ Μοῖρα τούτων, ὦ τέκνον, παραιτία.
 Ὀρέστης
καὶ τόνδε τοίνυν Μοῖρ᾽ ἐπόρσυνεν μόρον.
Κλυταιμνήστρα
οὐδὲν σεβίζῃ γενεθλίους ἀράς, τέκνον;
Ὀρέστης
τεκοῦσα γάρ μ᾽ ἔῤῥιψας ἐς τὸ δυστυχές.
Κλυταιμνήστρα
οὔτοι σ᾽ ἀπέῤῥιψ᾽ εἰς δόμους δορυξένους.
Ὀρέστης
αἰκῶς ἐπράθην ὢν ἐλευθέρου πατρός.
 Κλυταιμνήστρα
 ποῦ δῆθ᾽ ὁ τῖμος, ὅντιν᾽ ἀντεδεξάμην;
Ὀρέστης
αἰσχύνομαί σοι τοῦτ᾽ ὀνειδίσαι σαφῶς.
Κλυταιμνήστρα
μὴ ἀλλ᾽ εἴφ᾽ ὁμοίως καὶ πατρὸς τοῦ σοῦ μάτας.
Ὀρέστης
μὴ ᾽λεγχε τὸν πονοῦντ᾽ ἔσω καθημένη.
Κλυταιμνήστρα
ἄλγος γυναιξὶν ἀνδρὸς εἴργεσθαι, τέκνον.
 Ὀρέστης
 τρέφει δέ γ᾽ ἀνδρὸς μόχθος ἡμένας ἔσω.
Κλυταιμνήστρα
κτενεῖν ἔοικας, ὦ τέκνον, τὴν μητέρα.
Ὀρέστης
σύ τοι σεαυτήν, οὐκ ἐγώ, κατακτενεῖς.
Κλυταιμνήστρα
ὅρα, φύλαξαι μητρὸς ἐγκότους κύνας.
Ὀρέστης
τὰς τοῦ πατρὸς δὲ πῶς φύγω, παρεὶς τάδε;
 Κλυταιμνήστρα
ἔοικα θρηνεῖν ζῶσα πρὸς τύμβον μάτην.
Ὀρέστης
πατρὸς γὰρ αἶσα τόνδε σοὐρίζει μόρον.
Κλυταιμνήστρα
οἲ ᾽γὼ τεκοῦσα τόνδ᾽ ὄφιν ἐθρεψάμην.
ἦ κάρτα μάντις οὑξ ὀνειράτων φόβος.
Ὀρέστης
ἔκανες ὃν οὐ χρῆν, καὶ τὸ μὴ χρεὼν πάθε.

 Eschilo, Coefore, vv. 885-930 


Clitennestra:
Cosa accade? Che grida innalzi nella casa?
Servo:
Dico che i morti uccidono colui che vive.
Clitennestra:
Ahimè! Parli per enigmi, ma ho capito.
Ci aspettano inganni, come noi ingannammo.
Datemi, fate in fretta, un’ascia assassina,
vediamo se vinciamo o siamo vinti!
Sono giunta ormai a questa sciagura.
Oreste:
Voglio te. Lui ha pagato il suo debito.
Clitennestra:
Ahime! Sei morto: vita amatissima di Egisto!
Oreste:
Ami quest’uomo? Giacerai nella sua stessa tomba:
non lascerai più costui nella morte!
Clitennestra:
Fermati, figlio! Abbi pietà di questo seno,
figlio, dal quale tu molte volte, dormendo,
succhiasti dolce latte con voracità.
Oreste:
Cosa farò, Pilade? Devo avere pietà della madre?
Pilade:
Che fine hanno fatto i magici oracoli di Apollo
pronunciati dalla Pizia e i sacri giuramenti?
Abbi tutti come nemici, non gli dei!
Oreste:
Hai ragione, mi consigli bene.
Seguimi, ti sgozzerò presso di lui.
Mentre era vivo lo hai considerato migliore del padre;
giacerai, morendo, con lui, poiché ami
 quest’uomo e odi chi avresti dovuto amare.
Clitennestra:
Io ti nutrii, voglio invecchiare con te!
Oreste:
Dovrebbe stare con me chi uccise mio padre?
Clitennestra:
Il destino, figlio mio, fu causa di tutto.
Oreste:
E il destino, ora, ti assegna questa sorte!
Clitennestra:
Non ignorare le preghiere di chi ti ha generato, figlio!
Oreste:
Generandomi, mi hai scagliato nel male.
Clitennestra:
Gettarti nel male in case amiche?
Oreste:
Fui venduto due volte, io che nacqui libero.
Clitennestra:
E quale guadagno, quale, ne ebbi?
Oreste:
Mi vergogno persino a ricordartelo apertamente!
Clitennestra:
Ma su, elenca anche le colpe di tuo padre!
Oreste:
Tu, al sicuro in casa, non vomitare veleno su chi opera.
Clitennestra:
E’ un dolore per le donne che il marito sia lontano, figlio.
Oreste:
L’opera dell’uomo nutre chi se ne sta al sicuro, in casa.
Clitennestra:
Figlio, vuoi uccidere tua madre?
Oreste:
Tu hai ucciso te stessa, non io.
Clitennestra:
Temi le furie rabbiose di tua madre!
Oreste:
Fuggo quelle del padre, se ti risparmio?
Clitennestra:
Viva presso la mia tomba piango il mio destino.
Oreste:
Il destino di mio padre ti ha portata a questo.
Clitennestra:
Ahimè, ho generato e nutrito un verme!
Ben fu profeta il terrore dei sogni.
Oreste:
Hai ucciso chi non dovevi e ora ne paghi lo scotto.[4]


Micene, Porta dei Leoni, giugno 2015



 Clitennestra è morta. Oreste ha vendicato suo padre, uccidendo colei che lo ha partorito. Tra gli ulivi e i melograni che cingono l’altura di Micene, di notte, quando anche le stelle si spengono e la luna è nuova, le urla di Clitennestra si sentono ancora e fanno da controcanto al latrare dei cani. La sua tomba è una prigione: alla sua destra c’è il tumulo di Egisto, alla sua sinistra, più ampio, il letto di morte di Agamennone. A volgere lo sguardo verso l’alto, c’è una muraglia: la Porta dei Leoni troneggia: tra le case e i segreti di Micene, se si percuote, a piedi scalzi, quella terra battuta, si sente addosso il veleno dei serpenti e la bava delle lumache, i capelli restano impigliati nella ragnatela e gli occhi si gonfiano per la gramigna che vi germoglia. Micene è oro e morte. Per sempre.


Micene, giugno 2015


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[1] χρυσός in greco antico significa oro
[2] E.R. Dodds, I greci e l’irrazionale. In questo magnifico saggio, il grecista Dodds distingue la“civiltà della vergogna”, che è sostanzialmente la civiltà omerica, quella in cui l’eroe è tale solo se riconosciuto dagli altri e “civiltà della colpa”, la società in cui l’uomo scopre la coscienza e da essa si fa guidare, basti pensare a quel frammento di Archiloco, in cui il poeta dice che non è “vergognoso”-appunto- abbandonare lo scudo e salvare la propria vita: questo in una civiltà come quella omerica sarebbe stato un gesto di imperdonabile pusillanimità. E, si sa, all’eroe non si addice la paura.
[3] Agamennone e Menelao, figli di Atreo, che aveva ucciso i fratelli di Egisto, quand’erano piccoli, e li aveva dati in pasto a Tieste, il loro padre, che aveva offeso il fratello, seducendone la moglie Erope.[4] Traduzione F.Aurelio